Itinerario di 8 giorni on the road in Giappone
Questo viaggio di 2 settimane in Giappone in autunno è stato il nostro secondo viaggio nel Paese del Sol Levante. In questo articolo vi raccontiamo però soltanto una parte del viaggio: gli 8 giorni on the road in Giappone che abbiamo fatto noleggiando un’auto e attraversando le montagne del Giappone centrale.
Il viaggio completo è durato più a lungo e ha compreso anche alcuni giorni a Nagoya, prima di ritirare l’auto, e gli ultimi giorni a Tokyo. Qui trovate il resto dell’itinerario.
Noi eravamo già stati in Giappone quasi vent’anni prima, nel 2008, in primavera, per la fioritura dei ciliegi (hanami). All’epoca ci eravamo spostati soprattutto in treno e avevamo fatto un viaggio molto più classico.
Questa volta siamo tornati in autunno per il momijigari, cioè l’usanza di andare alla ricerca dei colori autunnali degli aceri e degli altri alberi che in Giappone, tra ottobre e novembre, trasformano montagne, templi e vallate.
E abbiamo deciso di fare un vero level up.
Dopo il primo viaggio, questa volta abbiamo noleggiato un’auto e siamo partiti alla scoperta delle montagne giapponesi. Una scelta che ci ha permesso di raggiungere più facilmente luoghi meno comodi da visitare con i mezzi pubblici e di viaggiare, soprattutto, con molta più libertà.
Gli 8 giorni on the road sono iniziati a Nagoya, dove abbiamo ritirato l’auto, e ci hanno portato attraverso la prefettura di Aichi, la zona del monte Fuji, Hakone, Kofu, il lago Suwa, Matsumoto, la Nakasendo, Takayama e Shirakawa-go, prima di tornare a Nagoya.
Una delle cose che ci è piaciuta di più è stata proprio la libertà di questo itinerario. Avevamo alcune tappe in mente, ma non tutto era deciso a tavolino. E così è capitato di fermarci più del previsto a Yuya Onsen, di entrare in una grotta perché avevamo visto un cartello lungo la strada e di cambiare programma quando abbiamo trovato troppa gente.
Un viaggio fatto un po’ on the road e un po’ in città ha anche un altro vantaggio: a noi è sembrato molto più lungo di quanto fosse realmente. Dopo diversi giorni in macchina, tra montagne, strade secondarie e piccoli paesi, arrivare a Tokyo e muoversi di nuovo a piedi e con i mezzi pubblici ci ha dato quasi la sensazione di aver iniziato un altro viaggio.
In questo articolo trovate quindi il nostro itinerario di 8 giorni on the road in Giappone, con tutte le tappe che abbiamo fatto lungo il percorso.
IL NOSTRO ON THE ROAD IN GIAPPONE
8 GIORNI · 1.250 KM · 7 NOTTI
17–24 novembre 2025
L’itinerario: Nagoya → Korankei → Yuya Onsen → monte Fuji → Hakone → Kofu → Lago Suwa → Matsumoto → Nakasendo → Takayama → Shirakawa-go → Gujo → Nagoya
Dove abbiamo dormito
Yuya Onsen → Hoo!Hoo! (stra consigliato!) – ci abbiamo passato 2 notti
Fuji → AB Hotel Fuji (ottima colazione e begli onsen pubblici) – siamo stati 2 notti
Matsumoto → Hotel Iori (love hotel con ottimo rapporto qualità-prezzo) – siamo stati 1 notte
Kofu → Hotel Temari (love hotel consigliato se volete risparmiare) – siamo stati 1 notte
Takayama → Ryokan Takayama (comodo ryokan in centro città) – siamo stati 1 notte
1. Da Nagoya alle montagne
La mattina abbiamo ritirato l’auto a Nagoya e da quel momento è iniziato il vero on the road.
La prima destinazione era Korankei, una delle zone più conosciute dell’area per ammirare il foliage autunnale. In questo periodo gli aceri cambiano colore e le montagne si riempiono di rosso, arancio e giallo. Che dire se non che c’erano tanti turisti (per lo più giapponesi) ma i colori erano veramente unici!
Il posto migliore per ammirare il foliage a Korankei è l’Oidaira Park, qui la sera, durante questo periodo illuminano gli alberi per far vivere il foliage con un’atmosfera unica. Noi li abbiamo ammirati solo di giorno ma è stata un’emozione unica!
Da Korankei abbiamo continuato a viaggiare verso le montagne e nel tardo pomeriggio siamo arrivati al nostro ryokan, Hoo!Hoo!, che avevamo prenotato per la notte. Ed è qui che è iniziata una delle parti più belle del viaggio.
Prima ancora della bellezza del ryokan, con gli onsen quasi privati affacciati direttamente sul fiume e le camere tradizionali giapponesi in legno con i futon, quello che ha reso davvero speciale questa tappa sono state le persone che abbiamo conosciuto.
Abbiamo conosciuto Kato, il nostro host, e Philippe, un francese che alloggiava lì e che era quasi di casa in quel ryokan. La sera siamo andati tutti insieme in una izakaya a Shinshiro, aperta appositamente per noi.
Kato ci ha fatto assaggiare piatti che, probabilmente, da soli non avremmo mai ordinato.
Tra le cose più strane che abbiamo mangiato c’erano i ginan (ぎんなん), cioè i semi del ginkgo, fritti uno a uno. Non avevo mai saputo che si potessero mangiare. Quando penso al ginkgo, infatti, penso soprattutto alla puzza terribile che fanno i suoi frutti quando cadono a terra. E invece i ginan fritti sono buonissimi!
Poi è arrivato lo shirako (白子), che mi fa senso già solo a descriverlo: si tratta delle sacche spermatiche dei pesci, considerate una prelibatezza nella cucina giapponese. Io l’ho trovato disgustoso ancora prima di sapere esattamente cosa stessi mangiando. Una volta scoperto, diciamo che non è migliorato.
Abbiamo poi mangiato il gobo no karaage (ごぼうの唐揚げ), cioè la radice di bardana (gobo) fritta. Questa invece mi è piaciuta moltissimo. Croccante fuori e saporita, tanto che non avrei mai detto che si trattasse di una radice.
Abbiamo assaggiato anche il sawara (鰆), un pesce della famiglia degli sgombri, e le korokke (コロッケ), le crocchette giapponesi impanate e fritte.
La serata è poi proseguita tra chiacchiere e risate, come se fossimo amici da sempre. Kato ci ha raccontato anche la storia dei proprietari dell’izakaya di Shinshiro e, alla fine, quella che doveva essere semplicemente una cena durante una notte in un ryokan si è trasformata in una serata che ricorderemo a lungo.
Nei nostri viaggi capita spesso di incontrare persone lungo la strada. Alcune rimangono però più delle altre. Kato e Philippe sono sicuramente tra queste. E sono convinta che li incontreremo ancora. Non so quando e non so dove, ma sono sicura che succederà.
2. Yuya Onsen e il monte Hōrai-ji
Questa mattina avremmo dovuto lasciare Yuya Onsen, ma i programmi sono cambiati.
Philippe doveva intervistare Elena, un’italiana che vive da anni in questa zona di montagna e che guida uno degli autobus locali, e noi siamo rimasti per conoscerla. E da lì la nostra giornata è cambiata.
Non abbiamo capito fino in fondo quale fosse il ruolo preciso di Philippe, ma abbiamo capito che il suo lavoro è legato ai temi dell’innovazione e del futuro dei trasporti internazionali, quindi a come potrebbe cambiare il mondo dei trasporti nei prossimi anni.
Quello che stava facendo qui non era quindi una semplice intervista. Doveva raccogliere informazioni direttamente da chi ogni giorno lavora sul territorio, anche per capire cosa potrebbe significare, per esempio, introdurre la guida autonoma in una zona rurale e montuosa. Le osservazioni raccolte da Philippe ci auguriamo vengano prese in considerazione da chi, nel settore dei trasporti, si occupa di progettare e decidere queste trasformazioni.
Ascoltandoli ci siamo resi conto che qui l’autista non è semplicemente la persona che porta l’autobus da un paese all’altro. Conosce il territorio, controlla quello che succede lungo la strada, può segnalare un masso caduto, aiutare un anziano o un bambino e, in qualche modo, si accorge anche di quello che succede alle persone che vivono nelle case sparse tra le montagne.
Ed è proprio questo il punto che ci ha fatto riflettere. In un posto come questo, sostituire semplicemente l’autista con un mezzo a guida autonoma significherebbe perdere anche una parte di quel ruolo che va ben oltre la guida.
Ci ha colpito anche sapere che una piccola comunità giapponese abbia scelto di affidare questo ruolo a un’italiana, che ormai è diventata parte integrante della vita del paese.
E così, una chiacchiera tira l’altra, abbiamo deciso di restare un’altra notte. Per fortuna Kato aveva posto.
Il monte Horaiji e il tempio
Nel pomeriggio siamo saliti tutti insieme sull’autobus di Elena verso il monte Hōrai-ji, una cima boscosa della Prefettura di Aichi che raggiunge circa 695 metri di altezza ed è ricoperta da fitti boschi di cedri e cipressi.
Kato e Philippe erano venuti soprattutto per fare un giro sull’autobus guidato da Elena e infatti, arrivati in cima al monte, sono tornati indietro insieme a lei.
Noi invece abbiamo scelto di fermarci e visitare la cima del monte e soprattutto il tempio Hōrai-ji, per poi prendere uno degli autobus successivi, sempre guidato da Elena. Abbiamo quindi salutato Philippe, che sarebbe tornato a Tokyo e poi in Francia, e Kato, che l’ha accompagnato in paese.
Hōrai-ji è un tempio buddista immerso nel bosco e composto da diversi edifici in legno. Fu fondato all’inizio dell’VIII secolo da un sacerdote eremita che aveva scelto questa montagna come luogo di meditazione.
Il portale principale, il salone e la torre della campana si trovano vicini tra loro, collegati da sentieri e piccoli cortili. Per arrivare al tempio abbiamo percorso una lunga scalinata di pietra che attraversa il bosco. In autunno il monte si colora di rosso e arancio e la passeggiata è davvero piacevole. In primavera, invece, Hōrai-ji è visitato soprattutto per i ciliegi in fiore.
Nel recinto del tempio si trova anche un antico cedro che, con la sua grande chioma, ricorda la forma di un enorme ombrello. Ha diverse centinaia di anni ed è uno degli alberi più caratteristici del complesso.
Dopo la nostra passeggiata tra i boschi colorati di rosso e arancio siamo tornati alla fermata e abbiamo preso l’autobus accompagnati da Elena.
Al ritorno non eravamo gli unici passeggeri. C’era anche una ragazza russa con cui abbiamo iniziato a chiacchierare in inglese. Elena, invece, ogni tanto interveniva in russo. E qui siamo rimasti ancora una volta stupiti da quante lingue parla Elena. Già ci aveva sorpreso scoprire che un’italiana fosse diventata autista di autobus in un piccolo paese di montagna giapponese. Scoprire anche che riuscisse a chiacchierare in russo con una passeggera russa ci ha stupito ancora di più…
Una cena italiana improvvisata
Per cena volevamo stare insieme a Kato ed Elena, ma tutti i locali della zona erano chiusi. Così abbiamo improvvisato una cena italiana.
Kato ci ha messo a disposizione la cucina del ryokan e ci ha accompagnati a fare la spesa. Abbiamo dovuto girare tre diversi supermercati per riuscire a mettere insieme tutto quello che ci serviva, adattandoci naturalmente a quello che trovavamo.
E così ci siamo ritrovati in una cucina giapponese a preparare delle fettuccine di riso con un sugo di verdure e un’insalata di pomodori all’italiana con olio e origano. Elena ha portato il pane e il dessert, mentre Kato ci ha procurato birra, yuzu e una tisana allo zenzero e curry. Alla fine è venuta fuori una vera cena tra amici, nata praticamente dal nulla.
Anche questa è stata una di quelle giornate che non avevamo assolutamente previsto quando abbiamo iniziato a organizzare il nostro viaggio in Giappone. E forse è proprio per questo che ce la ricorderemo.
3. Da Yuya Onsen a Fuji
Lasciata Yuya Onsen, abbiamo ripreso l’auto e proseguito il nostro on the road verso il monte Fuji. Prima di arrivare nella zona del monte, però, abbiamo fatto una sosta alle grotte Ryugashido, a Hamamatsu, nella prefettura di Shizuoka.
Ovviamente una sosta non programmata. Visto il cartello “grotte”, non potevo certo tirare dritto. Io non so come faccio, ma se vedo una grotta mi ci devo fermare!
La grotta Ryugashido è una grande grotta calcarea formata circa 250 milioni di anni fa. Il complesso supera il chilometro di lunghezza, anche se il percorso aperto ai visitatori è di circa 400 metri.
La parte più interessante, però, era all’ingresso della grotta. O all’uscita, se fate come noi che non abbiamo voluto aspettare e quindi siamo entrati prima nella grotta.
Ad ogni modo, qui c’è un’area dove vengono ospitati diversi pipistrelli della frutta, che si possono osservare da vicino. A determinati orari un addetto entra con un cesto di frutta e comincia a nutrirli direttamente con le mani. I pipistrelli si avvicinano e si arrampicano sulle mani dell’addetto per prendere i pezzi di frutta, soprattutto mela, ananas e banana.
La cosa curiosa è che questi pipistrelli hanno impiegato moltissimi anni per abituarsi alla presenza delle persone che li accudiscono. Sono animali piuttosto timidi e ci sono voluti circa 24 anni prima che si fidassero abbastanza degli addetti da arrivare a mangiare direttamente dalle loro mani.
Noi abbiamo assistito alla scena, anche se c’era un piccolo problema: tutta la spiegazione della guida era in giapponese. Quindi, oltre a guardare i pipistrelli che arrivavano per mangiare, cercavamo di capire qualcosa dai gesti e dalle poche parole che riuscivamo a riconoscere.
È stato comunque un momento piuttosto particolare. Non capita tutti i giorni di vedere dei pipistrelli così da vicino e, soprattutto, mentre vengono nutriti direttamente dalle mani di una persona. Se volete leggere altro sulla grotta o guardare il video del pasto dei pipistrelli, trovate tutto nell’articolo dedicato.
Notte a Fuji
Finita la visita alla grotta Ryugashido, siamo tornati in macchina e abbiamo ripreso la strada verso la zona del monte Fuji.
La sera abbiamo finalmente raggiunto il nostro hotel a Fuji, proprio di fronte al monte Fuji. Peccato che quella sera il Fuji non si sia fatto vedere: era completamente coperto dalle nuvole, come spesso succede da queste parti.
Abbiamo dormito all’AB Hotel Fuji, che vi consigliamo. Non è il classico hotel con le camere panoramiche affacciate sul Fuji e, infatti, le nostre camere non erano orientate verso il monte. Però dall’esterno dell’hotel il Fuji si può vedere e, se siete fortunati con il tempo, può essere un bel modo per iniziare la giornata.
In più, l’hotel ha un bel bagno pubblico onsen, con una zona separata per uomini e donne, dove gli ospiti possono andare sia al mattino sia alla sera.
E dopo tutti i chilometri fatti in macchina, un bagno caldo era proprio quello che ci voleva. Il giorno dopo, finalmente, ci aspettava il Fuji.
4. Il monte Fuji, finalmente!
La giornata è iniziata presto e, questa volta, il Fuji non ci ha fatto aspettare. Appena usciti dall’hotel ce lo siamo trovato davanti in tutta la sua bellezza, completamente sgombro dalle nuvole. Finalmente! Dopo averlo intravisto nei giorni precedenti, eccolo lì, intero e imponente.
Siamo partiti subito alla sua ricerca, anche se in realtà sembrava essere lui a venirci incontro.
Obuchi Sasaba e le piantagioni di tè
La nostra prima tappa è stata Obuchi Sasaba, una delle località più belle nei dintorni di Fuji per vedere le piantagioni di tè con il monte Fuji sullo sfondo.
Qui volevamo soprattutto scattare qualche foto e comprare del tè da portare a casa. Siamo arrivati molto presto, intorno alle 8 del mattino, e praticamente non c’era nessuno. Eravamo lì da soli, con le file ordinate di piante di tè davanti a noi e il Fuji che faceva da sfondo.
È stata una fortuna, perché poco dopo abbiamo iniziato a vedere arrivare diverse macchine. Lo spazio per fermarsi e scattare le foto non è enorme e, soprattutto, la tranquillità del posto cambia parecchio quando arrivano molti visitatori.
Se volete vedere Obuchi Sasaba con calma e avere la possibilità di fare qualche foto senza troppa gente, il consiglio è quindi di arrivare la mattina presto.
Lago Tanuki
Quando siamo ripartiti abbiamo continuato a seguire la strada verso il Fuji. E da quel momento è stato un po’ come averlo sempre con noi.
A ogni bivio e a ogni curva compariva di nuovo. Per un tratto spariva dietro gli alberi o le case, poi ricompariva all’improvviso. E ogni volta era una nuova scoperta.
La seconda tappa della giornata è stata il lago Tanuki, dove siamo arrivati perché volevamo vedere il Fuji riflesso nell’acqua.
Il lago si trova ai piedi del monte Fuji, nella zona dell’altopiano di Asagiri, e nelle giornate limpide offre una bella vista sulla montagna. Il punto più fotografato è naturalmente quello in cui il Fuji si specchia nel lago, creando il classico paesaggio con la montagna e il suo riflesso nell’acqua.
Anche qui il Fuji cambiava completamente il panorama. Dopo averlo seguito per tutta la strada, ritrovarcelo davanti al lago è stato uno di quei momenti in cui ci è sembrato davvero di essere in un sogno ad occhi aperti.
Nel nostro itinerario il monte Fuji era un po’ un punto interrogativo. Avevamo deciso che, se lo avessimo visto, ci saremmo avvicinati, altrimenti avremmo avuto pronto un piano B. Questa volta, per fortuna, il piano A ha funzionato alla grande!
Le cascate Shiraito
Dal lago Tanuki abbiamo proseguito verso le cascate Shiraito, una delle attrazioni naturali più belle di questa zona.
Il nome Shiraito significa letteralmente “fili bianchi” e basta arrivare davanti alla cascata per capire il motivo. L’acqua scende dalla parete rocciosa in tantissimi piccoli getti, creando una lunga cortina bianca che sembra quasi un velo.
Le cascate sono alimentate dalle acque sotterranee del monte Fuji e si sviluppano lungo una parete di roccia vulcanica. L’acqua sgorga in numerosi punti della parete, invece di concentrarsi in un unico grande salto.
Ma la cosa che ci è piaciuta di più è stata naturalmente la vista d’insieme. Il Fuji svettava sopra le cascate, perfettamente visibile e con la cima leggermente innevata. Una vista davvero spettacolare!
Owakudani, la valle vulcanica di Hakone
Nel pomeriggio abbiamo lasciato la zona del Fuji e siamo arrivati a Owakudani, la famosa valle vulcanica di Hakone. Ci siamo venuti soprattutto perché io adoro i paesaggi vulcanici e volevo vedere da vicino questo posto.
Per arrivare, però, ci abbiamo messo un sacco. I parcheggi erano pieni e facevano entrare le auto solo quando si liberava un posto. A quel punto eravamo ormai lì e non potevamo certo tornare indietro: la strada è tutta curve e non c’era molto da fare se non aspettare.
Quando finalmente siamo arrivati, abbiamo trovato una marea di gente. Anche riuscire a fare una foto dal punto panoramico era praticamente impossibile. Il percorso che volevamo fare a piedi, l’Owakudani Nature Trail, era inoltre chiuso a causa dell’allerta per l’attività vulcanica.
Insomma, diciamo che Owakudani non è stato proprio quello che ci aspettavamo. Il paesaggio vulcanico è sicuramente particolare, con le fumarole, i vapori e l’odore di zolfo che si sente avvicinandosi alla zona delle sorgenti calde, ma con tutta quella gente e il sentiero chiuso non siamo riusciti a godercelo come avremmo voluto.
Abbiamo fatto un giro, visitato il museo e ci siamo fermati un po’ prima di riprendere la strada verso Fuji.
La sorpresa più bella, però, è arrivata scendendo. Abbiamo trovato un sentiero da cui si vedevano i Sengokuhara Susuki Grass Fields, una grande distesa di susuki, alte erbe dalle caratteristiche infiorescenze piumose, che in autunno ricoprono completamente il versante della montagna. Un paesaggio davvero meraviglioso e, dopo la confusione di Owakudani, anche molto più piacevole da vedere.
Rientro a Fuji
A fine giornata siamo tornati a Fuji, al nostro AB Hotel Fuji.
Per cena abbiamo trovato un piccolo locale molto carino dove abbiamo mangiato yakitori, i classici spiedini di pollo giapponesi. La cosa curiosa era il menu: i prezzi dei singoli spiedini erano indicati direttamente su un disegno del pollo, con le varie parti evidenziate. Così era leggermente più facile capire da quale parte del pollo arrivasse ogni spiedino. O meglio, era “forse” più facile capire quali parti non volevamo: le interiora! Se siete dalle parti di Fuji e vi interessa andare, il posto è questo.
Poi siamo rientrati in hotel e ci siamo concessi un po’ di relax nell’onsen.
Il Fuji ci aveva accompagnati per tutta la giornata. E quella sera, prima di addormentarci, ce lo avevamo ancora negli occhi. E probabilmente anche nei sogni.
5. Da Fuji a Kofu
È arrivato il momento di lasciare il nostro hotel a Fuji e iniziare a dirigerci verso nord.
Prima di partire ci siamo concessi anche un ultimo onsen, poi siamo saliti in macchina e abbiamo iniziato a percorrere la strada verso i laghi con il nostro amico Fuji sempre accanto a noi.
Il Momiji Tunnel
Era il periodo perfetto per il foliage e non potevamo quindi perderci il Momiji Tunnel, uno dei luoghi più conosciuti della zona del Fuji per ammirare i colori dell’autunno.
Il Momiji Tunnel si trova lungo la sponda nord del lago Kawaguchi, uno dei cinque laghi del Fuji. La strada è affiancata da numerosi aceri che in autunno si colorano di rosso, arancio e giallo, creando una vera e propria galleria di foliage. Da qui, in alcuni punti, si può vedere anche il Fuji sullo sfondo.
Eravamo capitati nel momento giusto. Gli aceri erano ormai completamente colorati e, quando tra i rami compariva il monte Fuji, era praticamente impossibile non fermarsi a fare qualche fotografia.
Le grotte vulcaniche del Fuji
Avevamo anche pensato di raggiungere uno dei punti panoramici più fotografati del Giappone: la pagoda Chureito.
Probabilmente avrete già visto questa fotografia: la pagoda rossa in primo piano, il Fuji sullo sfondo e, in autunno, gli aceri colorati a completare il panorama. È una delle immagini più riconoscibili del Giappone.
Già arrivando nella cittadina, però, abbiamo capito che forse non era una grande idea. Parcheggi completamente pieni, macchine ovunque e una quantità di persone davvero impressionante. A quel punto abbiamo deciso di lasciar perdere e abbiamo deciso di dedicarlo a qualcosa che mi piace particolarmente: le grotte.
Siamo andati a vedere la Narusawa Ice Cave e la Fugaku Wind Cave, due grotte vulcaniche formatesi in seguito all’attività del monte Fuji durante l’eruzione dell’864.
Le due grotte hanno caratteristiche molto diverse. La Narusawa Ice Cave deve il suo nome al ghiaccio che si forma al suo interno, dove la temperatura rimane intorno agli zero gradi durante tutto l’anno. La Fugaku Wind Cave, invece, è conosciuta per le correnti d’aria che si creano al suo interno e per una curiosità: qui non si sente l’eco, perché le pareti di basalto assorbono il suono. La temperatura molto bassa della grotta permetteva inoltre di utilizzarla come una sorta di frigorifero naturale: fino agli anni ’50 venivano conservati qui anche semi e bozzoli dei bachi da seta.
Alla fine ci è dispiaciuto non visitare la pagoda Chureito ma qui c’erano molti meno turisti e abbiamo potuto visitare le grotte in tranquillità.
Kofu, il castello e il love hotel
Nel pomeriggio abbiamo continuato il nostro viaggio verso nord e siamo arrivati a Kofu, dove avevamo trovato una sistemazione decisamente particolare per la notte: un love hotel.
Lo avevamo prenotato online, ma una volta arrivati abbiamo capito che entrare non era proprio così semplice. Non c’è una reception come negli hotel tradizionali: bisogna telefonare prima dell’arrivo (e ovviamente non parlano inglese) e viene indicato dove parcheggiare l’auto. Ogni posto auto ha praticamente l’accesso diretto alla propria camera e c’è persino un sistema per nascondere la targa dell’auto, così da garantire la massima privacy.
Una volta entrati, ci siamo trovati davanti a una situazione abbastanza surreale. Da una piccola apertura nel muro, una specie di passavivande attraverso il quale la persona dall’altra parte non poteva vedere noi e noi non potevamo vedere lei, una signora ci ha chiesto cosa volessimo come aperitivo e ci ha fatto scegliere il menu e l’orario della colazione.
La camera poi era enorme, con un maxi schermo e una vasca idromassaggio. E tutto questo a un prezzo più basso di qualsiasi altro hotel che avevamo trovato in zona.
Insomma, un’esperienza decisamente diversa dal solito hotel!
Lasciato l’hotel, abbiamo fatto un giro per la città e siamo arrivati al castello di Kofu, o meglio, a quello che rimane dell’antico castello costruito alla fine del XVI secolo e distrutto da un incendio nel 1727. Oggi ne rimangono diversi tratti delle mura in pietra, mentre alcune parti sono state ricostruite.
È stata comunque una bella visita, anche perché avevamo un po’ di tempo da riempire prima dell’apertura dell’izakaya che Gabri aveva scelto per la cena.
Cena in una vera izakaya
Per cena siamo andati in una izakaya che aveva scelto Gabri mentre cercavamo l’hotel.
Ci eravamo passati davanti poco prima e Gabri mi aveva detto semplicemente: «Voglio andare lì».
Era proprio il tipo di locale che piace a noi: piccolo, molto giapponese e pieno di persone del posto. Noi eravamo gli unici occidentali e, naturalmente, non parlavano una parola di inglese.
Quella sera, tra l’altro, era il compleanno della signora che gestiva il locale. Dentro c’erano già tantissimi fiori e continuavano ad arrivarne altri, portati dai fiorai.
A spiegarci cosa stava succedendo è stato un signore che parlava inglese. Così, con le poche parole di giapponese che conoscevamo, sono riuscita almeno a farle gli auguri.
Abbiamo mangiato diverse cose, tra cui la pizza di gyoza, una specie di pizza croccante formata da una base di gyoza e condita come fosse una pizza, e gli yakisoba Naporitan, spaghetti di grano saraceno (soba) fritti (yaki) e conditi alla “Napoletana” (Naporitan): con pomodoro, cipolla, peperoni e salsiccia. Ci piace assaggiare i piatti giapponesi anche quando prendono ispirazione dalla cucina occidentale, proprio per capire come li reinventano.
Una giornata iniziata ancora con il Fuji davanti agli occhi si è quindi conclusa in una piccola izakaya di Kofu, tra piatti mai provati prima e una notte in un love hotel che non avevamo assolutamente programmato.
Ed è anche per queste cose che ci piace viaggiare così.
6. Lago Suwa e castello di Matsumoto
Da Kofu abbiamo continuato il nostro viaggio verso nord e, visto che eravamo “più o meno” di strada, abbiamo deciso di fare una deviazione fino al lago Suwa.
Il motivo? È proprio questo il lago che ha ispirato Makoto Shinkai per ambientare Your Name, il suo anime più famoso. Se non l’avete visto, ve lo consiglio. Noi non potevamo essere lì vicino e non andarci!
Matsumoto
Dopo la sosta al lago Suwa abbiamo raggiunto Matsumoto, dove, ormai prendendoci gusto, abbiamo deciso di provare un altro love hotel, sono più economici degli hotel tradizionali e spesso offrono più servizi.
Questa volta è stato ancora più complicato, perché non siamo riusciti a prenotare la camera on line. Abbiamo quindi deciso di andare direttamente sul posto e, per fortuna, siamo riusciti a bloccare una camera per la notte.
A Matsumoto abbiamo visitato il castello di Matsumoto, uno dei castelli feudali più famosi del Giappone e uno dei pochi ad aver conservato la struttura originale.
Per salire sulla torre c’era però una lunga coda perché il castello è molto visitato dai turisti giapponesi, ma alla fine abbiamo deciso di aspettare e ne è valsa la pena, ci è piaciuto molto!
La nostra prima volta da Hama Sushi
Dopo la visita al castello e il check-in in hotel siamo andati a cena per la prima volta da Hama Sushi, una catena di ristoranti di sushi con il classico nastro trasportatore, presente in diverse parti del Giappone.
L’avevamo scoperta ascoltando Matteo Bordone e Flavio Parisi nel podcast del Post Viaggio a Tokyo. Ci avevano incuriosito così, prima di partire, avevo chiesto proprio a Flavio Parisi come si chiamasse la catena. Una volta in Giappone, abbiamo deciso di provarla anche noi e questa era la prima volta. Poi ci siamo tornati diverse volte.
Il pesce è molto buono e, soprattutto rispetto ai prezzi a cui siamo abituati in Italia, si mangia davvero bene spendendo pochissimo. Per darvi un’idea, quella sera abbiamo preso 17 piattini da 2/3 pezzi ciascuno e abbiamo speso appena 16 euro in due!
7. Nakasendo e Takayama
La giornata è iniziata prestissimo perché volevamo vedere alcuni dei villaggi storici della Nakasendo, l’antica strada che durante il periodo Edo collegava Tokyo, allora chiamata Edo, a Kyoto attraversando le montagne del Giappone centrale. Lungo il percorso si trovavano diverse stazioni di posta dove i viaggiatori potevano fermarsi per riposare e pernottare.
La nostra prima destinazione era Narai Juku, una delle antiche stazioni postali della Nakasendo. Siamo arrivati molto presto e abbiamo trovato il villaggio quasi completamente vuoto. A quell’ora molti locali erano ancora chiusi e c’erano pochissimi turisti.
Ed è stato proprio questo a renderlo ancora più bello. Abbiamo potuto passeggiare con calma tra le antiche case in legno, le botteghe e le strade del villaggio, senza la confusione che probabilmente avremmo trovato più tardi.
Da Narai Juku abbiamo continuato verso Magome, un’altra delle località storiche lungo la Nakasendo. Qui, però, siamo arrivati quando i turisti avevano già iniziato ad affollare il villaggio. Così, invece di fermarci tra le vecchie case in legno e le botteghe, abbiamo preferito allontanarci dalla cittadina e avventurarci nei boschi lungo la Nakasendo.
Takayama
Nel pomeriggio abbiamo ripreso la macchina e continuato il nostro viaggio verso Takayama dove abbiamo prenotato un ryokan in centro alla cittadina.
Siamo arrivati quando stava già facendo buio, ma abbiamo comunque fatto un giro per la città, passeggiando tra i vicoli e le botteghe del centro prima di fermarci a cena in un piccolo locale.
Dopo cena siamo tornati al ryokan, dove ci siamo rilassati con un tè e abbiamo mangiato un dolce alle castagne che ci aveva regalato Kato. E, naturalmente, non potevamo non concludere la giornata con un bagno nell’onsen: quando c’è, per noi è praticamente una tappa obbligata!
8. Shirakawa-go e ritorno a Nagoya
La mattina siamo partiti presto verso Shirakawa-go, uno dei villaggi più famosi delle montagne giapponesi. È conosciuto soprattutto per le sue caratteristiche case tradizionali con i grandi tetti in paglia, costruite secondo lo stile gassho-zukuri, che significa letteralmente “mani giunte in preghiera”, proprio per la forma molto ripida dei tetti.
Siamo arrivati prestissimo, proprio quando aveva appena aperto il parcheggio, e siamo riusciti a trovare posto senza problemi. Per prima cosa siamo saliti fino al punto panoramico, da dove si può vedere tutto il villaggio dall’alto, con le case tradizionali circondate dalle montagne. In autunno il paesaggio era particolarmente bello, con i colori del foliage che facevano da sfondo alle case.
Dopo essere scesi dal punto panoramico, abbiamo visitato la Wada House, una delle più grandi e meglio conservate abitazioni tradizionali di Shirakawa-go. È stato interessante entrare e vedere com’erano organizzati gli ambienti interni e come si viveva in queste caratteristiche case con il tetto in paglia.
La visita ci è piaciuta, ma siamo stati contenti di essere arrivati così presto. Mentre noi stavamo andando via, infatti, abbiamo iniziato a vedere arrivare una vera marea di gente. Nel giro di poche ore l’atmosfera era già completamente diversa.
Gujo e il Sample Museum
Durante il tragitto da Shirakawa-go a Nagoya ci siamo fermati a Gujo, una cittadina che volevamo visitare soprattutto per il Gujo Sample Museum, dove vengono realizzati i sample, o sampuru in giapponese, cioè i campioni di cibo in plastica che si vedono nelle vetrine dei ristoranti giapponesi.
La visita è stata molto interessante, non solo per capire come vengono realizzati, ma soprattutto perché abbiamo potuto provare a farli anche noi! Abbiamo scelto di realizzare della tempura ed è stato davvero pazzesco vedere come si riesce a creare un pezzo di cibo finto partendo da materiali completamente diversi.
Volendo si possono provare a realizzare anche altri tipi di sampuru, ma c’è un piccolo problema: qui parlano praticamente solo giapponese. Noi siamo stati fortunati perché quel giorno c’era il direttore del museo, che stava aspettando l’arrivo di alcune personalità importanti, non abbiamo capito bene chi, e si è offerto di farci un po’ da guida in inglese. Grazie a lui abbiamo potuto provare a realizzare i nostri sampuru.
8 giorni on the road in Giappone: le nostre conclusioni
Dopo otto giorni e circa 1250 chilometri, abbiamo riconsegnato l’auto a Nagoya. Il nostro on the road attraverso le montagne giapponesi era finito, ma il viaggio continuava.
Ed è stata proprio questa alternanza a piacerci particolarmente. Dopo diversi giorni passati in macchina, tra montagne, piccoli paesi e strade secondarie, siamo tornati a spostarci in treno e poi a piedi tra le grandi strade e i quartieri di Tokyo.
A noi è sembrato quasi di aver fatto due viaggi diversi nello stesso viaggio.
Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui un itinerario che alterna una parte on the road a qualche giorno nelle grandi città possa sembrare molto più lungo. Cambiare completamente modo di viaggiare dopo qualche giorno fa vivere le tappe successive con occhi diversi.
Gli 8 giorni in auto ci hanno permesso di vedere un Giappone molto diverso da quello del nostro primo viaggio. Abbiamo attraversato montagne, piccoli paesi e zone rurali, fermandoci spesso dove ci andava e cambiando programma quando ne avevamo voglia.
E poi ci sono state tutte quelle cose che non avevamo programmato: la seconda notte a Yuya Onsen, la deviazione alla grotta Ryugashido, il love hotel di Kofu e le persone incontrate lungo la strada.
Se state pensando a un on the road in Giappone, quindi, questo è sicuramente un modo di viaggiare che vi consigliamo di prendere in considerazione. Non serve programmare ogni singola tappa. Anzi, lasciarvi qualche spazio libero può essere proprio quello che vi permette di vivere le esperienze più belle.
Se invece volete scoprire l’itinerario completo delle nostre 2 settimane in Giappone in autunno, comprese le giornate a Nagoya e Tokyo e il dettaglio di tutte le spese del viaggio, trovate qui l’articolo completo.
DETTAGLIO SPESE

































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