Nomade digitale in Vietnam
una vita tra risaie, wi-fi instabile e libertà totale
Oggi per la rubrica “gli amici di Travel With The Wind raccontano” siamo felici di ospitare nuovamente Andrea, il Cacciatore di Orizzonti, che questa volta ci racconta com’è vivere e lavorare da nomade digitale in Vietnam.
Dopo due mesi a Bali, Andrea ha deciso di spostarsi più a nord, in un Paese che conosceva già da backpacker ma che oggi vive con occhi diversi: quelli di chi lavora da remoto, tra risaie, piogge tropicali e connessioni non sempre affidabili.
Un racconto autentico di cosa significa davvero lavorare viaggiando, tra la libertà totale e la necessità di costruirsi una routine anche a migliaia di chilometri da casa.
La vita di Andrea da nomade digitale in Vietnam
È inutile girarci intorno: quando si parla di nomadi digitali, la mente di molti va subito a Bali o a Chiang Mai, considerate da anni le vere “mecche” del nomadismo digitale. Anche per me è stato così. Ero reduce da due mesi a Bali — un’esperienza che definirei bellissima, formativa e, sotto certi aspetti, persino necessaria. Bali è un’isola magnetica: attira nomadi da tutto il mondo con la sua energia, i coworking immersi tra le risaie, i templi nella giungla e quella promessa costante di una vita più lenta. Ma col tempo ho capito che non sempre “l’isola dei nomadi” è sinonimo di equilibrio.
Forse perché Bali, proprio a causa di questa fama globale, ha finito per diventare un po’ troppo patinata. Ci sono coworking che sembrano fare tutto tranne che coworking: offrono yoga, corsi di breathwork, saune e brunch vegani, ma lo spazio di lavoro a volte passa in secondo piano. E poi c’è il prezzo — perché, anche se molti la considerano una destinazione economica, per chi è alle prime armi con il nomadismo può diventare pesante. Alcuni spazi costano anche 20$ al giorno, con servizi da resort: piscina, spa, bar interno. (si pagamento extra, ovviamente) Aggiungi un paio di caffè, una bibita e quei cinque minuti di “rilassiamoci un attimo”, e presto ti accorgi che la giornata lavorativa se n’è andata in fumo, insieme al budget.
Dopo due mesi così, sentivo il bisogno di una svolta. Bali mi aveva dato tanto — ispirazione, contatti, stimoli — ma cercavo qualcosa di più autentico, di meno costruito attorno al concetto di “nomade digitale di lusso”.Così ho puntato la bussola più a nord, verso un Paese che già conoscevo da backpacker, ma che volevo vivere in modo diverso: il Vietnam. Una terra dove il nomadismo digitale sta crescendo davvero, ma dove la vita mantiene ancora quella spontaneità che altrove si sta un po’ perdendo. Ero curioso di scoprire come sarebbe stato viverci e lavorarci ogni giorno, tra scooter, caffè filtrati e il rumore costante della pioggia tropicale.
Perché il Vietnam è diventato un hub per nomadi digitali
I ricordi che avevo del Vietnam da backpacker erano bellissimi: le città infinite e disordinate, i profumi di spezie nell’aria, le persone curiose e sempre pronte a offrirti un sorriso o una tazza di tè. E’ un Paese che ti rimane addosso per la sua autenticità e per quella semplicità che in Asia, a volte, si sta perdendo. Ma oggi il Vietnam è anche qualcosa in più: è diventato uno dei nuovi poli del nomadismo digitale in Asia.
Negli ultimi anni sono nati coworking moderni in città come Da Nang, Ho Chi Minh City e Hanoi, spazi che mescolano produttività e vita locale. Puoi lavorare davanti al mare o in una casa coloniale restaurata, trovare connessioni “discretamente stabili” ma a questo ci arriveremo dopo, e community internazionali di freelance, designer, sviluppatori o scrittori che hanno scelto di fermarsi qui per mesi, a volte anni.
C’è un’energia diversa rispetto ad altre mete più inflazionate: più genuina, più concreta. Le persone che incontri non ti parlano solo di “work-life balance” o di retreat, ma di progetti reali, startup, scrittura, fotografia, vite costruite lentamente tra un caffè e un temporale tropicale.
Il costo della vita, poi, resta la ciliegina sulla torta.
Il Vietnam ti permette di vivere bene con poco, e questo fa la differenza se il tuo reddito varia o se lavori da freelance. Mangiare fuori ogni giorno non è un lusso, affittare una stanza privata in centro non ti manda in crisi, e il ritmo quotidiano resta umano. Rispetto a Bali, qui una giornata di lavoro in un coworking o in un caffè costa meno di quanto spenderesti per un solo smoothie a Canggu.
Ho attraversato il Paese da sud a nord, prima da backpacker e poi da nomade digitale, scoprendo anche quanto possa essere complesso spostarsi e vivere in modo itinerante. Autobus notturni, treni panoramici, voli interni economici: muoversi fa parte dell’esperienza.
Se vuoi organizzarti al meglio, ho scritto una guida su come spostarsi in Vietnam dove spiego tutti i mezzi e qualche trucchetto pratico per attraversare il paese.
La vita quotidiana: laptop, pioggia e connessioni umane
Credo che per essere un buon nomade digitale, la prima cosa da imparare sia creare una routine. Non importa quanto tempo decidi di fermarti in un luogo — una settimana o un anno — perché la routine è ciò che ti dà equilibrio. Molti immaginano il nomadismo digitale come surf al mattino, brunch con vista e laptop sulla spiaggia, ma la realtà è ben diversa.
Essere un nomade digitale, almeno per me, significa riuscire a concentrarsi, lavorare con costanza e mantenere una disciplina personale, anche quando tutto intorno cambia di continuo.
Quando sei freelance, ogni ora di lavoro ha un peso reale: è guadagno, è stabilità, è indipendenza. Per me vivere da nomade non significa “scappare” da qualcosa, ma trasportare la mia vita — quella che avrei avuto nella mia città natale — e ricrearla altrove.
A Hanoi, così come a Messina, mi sveglio la mattina, mi prendo dieci minuti per leggere senza toccare il telefono, se riesco faccio una breve sessione di yoga e poi inizio la giornata di lavoro. Alla fine del pomeriggio cerco di andare in palestra, o semplicemente mi concedo un drink con qualche amico incontrato lungo la strada, oppure una passeggiata tra le vie del quartiere. Alla fine, credo che il segreto sia trovare un rapporto sano con la città, sentirsi parte del suo ritmo.
Naturalmente non è sempre facile. In Vietnam impari presto che la connessione può abbandonarti proprio nel momento meno opportuno, magari durante una call importante o mentre stai caricando un file. Ci sono giorni in cui la pioggia cade così forte da coprire ogni altro suono, e tutto ciò che puoi fare è aspettare che passi. Altre volte arrivi in un coworking convinto di trovare la pace, e invece ti ritrovi circondato da chiacchiere, scooter che passano davanti alla finestra, musica e tazzine che tintinnano. È qui che capisci che la routine non si costruisce con la perfezione, ma con la flessibilità: impari a spostarti da un bar all’altro, a lavorare nei momenti giusti, a prendere gli imprevisti come parte dell’esperienza.
E tra un blackout e un temporale, inizi a capire che quel disordine è proprio ciò che rende il Vietnam un posto incredibilmente vivo — e, in fondo, il luogo ideale per chi vuole sentirsi libero ma non disperso.
I pro e i contro del vivere da nomade digitale in Vietnam
Ogni rosa ha le sue spine, e anche il Vietnam, con tutto il suo fascino, non fa eccezione.
Prendiamo Hanoi, ad esempio: una città straordinaria, piena di vita, ma anche complessa da gestire nel quotidiano. Una delle grandi piaghe, inutile negarlo, è la connessione internet. Capita spesso di entrare in un coworking, pagare la quota giornaliera e sentirsi rassicurare dal proprietario: “La linea oggi è perfetta”. Poi dopo dieci minuti sei di nuovo fregato, con la barra del Wi-Fi che lampeggia e la pagina che non carica più.
Io, con il mio lavoro da SEO, riesco in qualche modo ad arrangiarmi — non devo caricare file enormi o video in alta definizione — ma penso spesso a chi lavora con immagini, montaggi, upload continui. Per videomaker, fotografi o sviluppatori, la connessione in Vietnam può essere un vero limite, soprattutto fuori dalle grandi città. Serve pazienza e spirito di adattamento: impari a lavorare offline, a usare hotspot di emergenza o a spostarsi nei locali con la rete più stabile. È parte del gioco, ma a volte può pesare.
Un altro aspetto che si sente molto è il caos urbano.Le città vietnamite sono frenetiche, rumorose, dense.Ci si muove in mezzo a milioni di motorini, tra clacson e fumo di strada, e quando vivi qui a lungo può diventare stancante. E poi c’è la solitudine: nonostante la gente sia gentile e sorridente, la sensazione di restare un po’ ai margini capita più spesso di quanto si pensi. Il Vietnam accoglie, ma integra con lentezza. A volte, anche dopo mesi, ti senti comunque un po’ un turista.
Infine, c’è il capitolo visti. Negli ultimi anni le regole sono cambiate più volte: prima per noi italiani era un visto di 30 giorni, poi 45, ma sempre soggetto a variazioni improvvise.
Bisogna fare attenzione, perché qui le sanzioni non sono leggere: il rischio è di trovarsi a pagare multe salate o, nel peggiore dei casi, a dover lasciare il Paese in fretta.
Essere nomade digitale in Vietnam significa anche imparare a tenersi aggiornati su queste regole, a fare scadenze e rinnovi parte della routine.
Ma nonostante tutto, i lati positivi restano forti e innegabili.
Il fattore economico è imbattibile: si vive bene con poco, e questo ti regala una tranquillità mentale enorme. La produttività è alta, perché quando fuori piove a dirotto e non c’è molto da fare, ti chiudi nel coworking e lavori davvero. E poi c’è quella sensazione unica di libertà totale: sapere che puoi scegliere dove vivere, cambiare città quando vuoi, rallentare quando serve. In Vietnam, a differenza di tanti altri posti, si riesce davvero a trovare un equilibrio — quella work-life balance che altrove sembra solo uno slogan.
Cosa mi ha lasciato davvero questa esperienza
Il Vietnam è un Paese fatto di forti contrasti.
Alle volte si va a una velocità che non riesci nemmeno a seguire, altre invece tutto rallenta fino quasi a fermarsi. Ma è proprio questa alternanza che lo rende unico, e fa parte del gioco. Qui non esiste una costanza prevedibile, ma un continuo equilibrio instabile — e forse è proprio questo a renderlo così affascinante. Così come da backpacker, anche da nomade digitale non lo definirei il primo Paese da consigliare a chi si avvicina a questa vita.
Il Vietnam può essere duro, imprevedibile, e a tratti spiazzante.
Ma allo stesso tempo, secondo me, è il primo vero viaggio autentico da poter affrontare come nomade digitale in Asia. Non ti accoglie con comfort immediati o servizi perfetti, ma ti costringe ad adattarti, a imparare, a guardare la vita da prospettive diverse.
Ogni giorno è una piccola sfida — e ogni sfida, in fondo, ti riporta a te stesso.
Il nomadismo in Vietnam è come vivere su una bilancia gigantesca.
Ci sono giorni in cui tutto fila liscio, ti senti invincibile e grato per la libertà che hai costruito.
E poi ce ne sono altri in cui va tutto storto: la connessione non funziona, piove senza sosta, la città ti travolge. Non c’è una via di mezzo, eppure è proprio questa altalena a insegnarti qualcosa di profondo.
Perché alla fine, essere un nomade digitale qui non è solo una scelta di vita — è un esercizio continuo di equilibrio, pazienza e consapevolezza.
Ed è anche questo che, ancora oggi, mi fa dire che il Vietnam è uno dei pochi posti dove non si impara soltanto a lavorare da remoto, ma a vivere davvero.
Ringraziamo Andrea per averci raccontato la sua esperienza di vita da nomade digitale in Vietnam, fatta di equilibrio, adattamento e scelte quotidiane.
Il suo racconto mostra il lato reale del nomadismo digitale, quello in cui non tutto è perfetto ma ogni giorno insegna qualcosa.
Se volete continuare a seguirlo nei suoi viaggi e nelle sue riflessioni, visitate il suo blog: Cacciatore di Orizzonti.
E se anche voi avete un’esperienza di viaggio o di vita all’estero da raccontare, scriveteci: ci penseremo noi a trasformarla in un articolo per Travel With The Wind.







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