Pubblicato in: GIAPPONE, Imprevisti in viaggio

Giappone: cucina senza sorprese … o quasi

In Giappone molti ristoranti espongono in vetrina i piatti del loro menu riprodotti fedelmente in plastica. La riproduzione è spettacolare tanto che in Giappone si potrebbe definire un’arte.

Nella lingua giapponese la riproduzione fedele dei cibi viene chiamata Sampuru (scritto in katakana サンプル che deriva dall’inglese sample=modello).

La nascita di questa particolare arte risale all’epoca Showa (intorno ai nostri anni ‘20) ma è negli anni ‘80 che sono nate aziende specializzate nella realizzazione dei ‘cibo finti’ e gran parte dei ristoranti li ha sfruttati per allestire le vetrine e attirare i clienti ma anche per utilizzarli al posto del menu cartaceo.

Quindi, se andate in Giappone e cercate ristoranti con questo tipo di menu, non morirete di fame….

La nostra esperienza in Giappone:

I primi giorni andavamo quasi esclusivamente in questo tipo di ristoranti per cui era relativamente semplice ordinare nonostante la lingua visto che l’inglese non era sempre parlato.

È stato a Kagoshima, situata nella parte meridionale dell’isola di Kyushu, che l’esperienza con il giapponese e i giapponesi è stata memorabile: non solo per il ristorante ma anche per l’avventura all’onsen tradizionale (di cui vi racconterò in un prossimo post).

In qualsiasi parte del mondo per cercare un ristorante noi non ci affidiamo alle recensioni delle guide ma ci lasciamo guidare dalla quantità di persone del luogo presenti nei locali. In questo modo riusciamo a mantenere un contatto con la popolazione e allo stesso tempo gustare le vere specialità locali.

Girovagando quindi per la cittadina cerchiamo dei locali senza occidentali ma pieni di giapponesi.

A Kagoshima, a differenza delle grandi città, molti locali non avevano vetrine in cui era possibile vedere all’interno la quantità di clienti, per cui guardiamo dentro scostando le tende.

Ci fermiamo davanti a questo, l’aspetto esteriore non è dei migliori ma è pieno di giapponesi e senza occidentali. Un cliente uscendo ci consiglia di entrare dicendoci che è cheap (economico).

locale a Kagoshima in Giappone

Ok, dai, entriamo!

Appena entrati naturalmente lasciamo le scarpe all’ingresso.

Il ristorante è un tipico locale senza sedie e il tavolino basso per cui ci sediamo sul tatami.

Il tatami è il tradizionale pavimento giapponese, è composto da stuoie di paglia di riso intrecciate e pressate, ricoperte di giunco. Non sono tipicamente previste sedie o sgabelli ma dei cuscini (zabuton o futon) da appoggiare sul tatami e su cui inginocchiarsi adottando così la classica posizione da tenere a tavola (seiza) che il galateo impone e che è differente tra uomo e donna (gli uomini si sistemano a gambe incrociate mentre le donne con le gambe ripiegate da un lato).

Noi naturalmente il galateo giapponese non lo conoscevamo quindi ci siamo seduti così come capitava.

Arriva il cameriere ed inizia a parlarci in giapponese, noi naturalmente non capiamo nulla quindi in inglese gli chiediamo se parla inglese. Lui ci guarda e indicandoci un muro scritto in ideogrammi ci dice “Menu”.

Bello, peccato che per noi sia arabo anzi giapponese!

E adesso come facciamo?

Mi ricordo come si chiamano gli spiedini di pollo e gli dico “yakitori!”

Lui ci guarda, ci riparla in giapponese, noi non capiamo e con le dita sembra chiederci quanti ne vogliamo. Ne ordiniamo 10.

Riusciamo a chiedergli facilmente due birre: la parola birra si somiglia in tutte e tre le lingue, birra -> beer (in inglese) -> beeru (in giapponese).

Dopo gli yakitori abbiamo ancora un po’ fame quindi, guardando cosa mangiavano i nostri vicini, ordiniamo indicandoglielo. Il cameriere ci dice che si chiama Tori Sashimi e ci chiede se va bene, se lo vogliamo ordinare. Ok, dai proviamo!

Ripensando poi a quel poco di giapponese che potevamo aver imparato in quei giorni capiamo che si trattava di pollo crudo e già eravamo preoccupati.

Quando arriva il piatto scopriamo che è si pollo crudo ma cotto nel succo del limone tipo la nostra albese: un piatto buonissimo!

Mentre mangiamo ad un tavolo vicino al nostro siedono due giapponesi che sembrano interessati al nostro aspetto occidentale.

Attirano la nostra attenzione e provano a parlarci in giapponese ma noi non conoscendo nemmeno una parola proviamo ad instaurare un discorso in inglese ma, niente da fare, loro non parlano inglese.

Quindi?

A Gabri viene un intuizione, forse ci chiedono da dove arriviamo. Gli diciamo “Italia!” E loro giù a ridere e fare festa, ci dicevano solo “Ah Italia Italia“. Ci fanno portare dal cameriere altre sue birre e ci vogliono offrire anche da mangiare.

Non avevamo nulla in comune, nemmeno la lingua, ma abbiamo passato la serata con loro a bere e mangiare.

Di loro ci resta solo il ricordo e questa foto:

cena a Kagoshima in Giappone

Morale della favola: in viaggio noi italiani in qualche modo ci arrangiamo anche se non parliamo la lingua del posto. Bastano i gesti!

12 pensieri riguardo “Giappone: cucina senza sorprese … o quasi

  1. In Giappone noi abbiamo cambiato “ristorante” ogni giorno, tanta era la voglia di conoscere il loro mondo … interessante e molto simpatica è stata la nostra esperienza da Menbakaichidai a Kyoto!

  2. il tuo racconto mi ha fatta ridere ma ti posso dire una cosa? mi è capitato mille volte e alla fine è sempre stata un’occasione per assaggiare piatti diversi e per farsi due risate con i malcapitati camerieri…

  3. Che bella esperienza! Di quelle che non si dimenticano. Hai ragione, gli italiani in qualche modo se la cavano sempre in giro per il mondo 😉

  4. Il tuo articolo mi ha fatto sorridere e pensare quanti problemi inutili ci facciamo a volte. La tua esperienza è stata davvero autentica e l’hai saputa raccontare benissimo: mi sembrava di essere lì con voi!

  5. Questo articolo fa davvero sorridere! E racconta situazioni davvero comuni in viaggio: a me è successo in Finlandia, dove non riuscivo a capire cosa potevo mangiare perchè la lingua era incomprensibile!
    Fortuna hanno inventato Google Traduttore

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